L’avvocato del diavolo si domanda il perché lo scatto rubato sia così popolare ed ancora non considerato reato…

Rubare è una di quelle parole della fotografia che non amo particolarmente.
Un po’ perché ha comunque una connotazione negativa, e “delinquere” facendo un’attività bella come quella di fotografare lo trovo aberrante. Un po’ perché, negli anni ho trovato che “rubare” uno scatto raramente, se non quasi mai, porta a risultati soddisfacenti.

Eppure, frequentando fotografi di vario genere, circoli, corsi, gruppi su FB e simili spesso si incontrano frasi di questo tipo: “Scatti “Rubati”… Secondo me 1000 pose perfette non varranno mai come un sorriso spontaneo”

Piero

Frase che oggi, dopo tante riflessioni, mi ha spinto a scrivere questo post.

Infatti, se per scatti rubati si intende il racconto di un evento mentre accade e chi è coinvolto nell’evento non si cura di te, non credo siano da considerarsi scatti rubati, ma piuttosto sono cronaca, e documentazione, al massimo street.

Se, invece, per scatti rubati si intende essere appostati, nascosti e scattare a gente che non sa di essere fotografata allora si tratta di paparazzata occulta con tutti i limiti e i giudizi che si possono avere per questo tipo di fotografia. Non prendo posizione in merito, ma c’è chi ha fatto questo mestiere con dignità e grande professionalità, anche senza necessariamente nascondersi: Rino Barillari per citarne uno.

Ovvio che se poi, se per foto rubata si intende foto a soggetto con cui si è interagito al punto tale che questi si è rilassato fino a donarti la sua spontaneità allora si chiama ritratto…
Purtroppo, però, spesso non si ha coraggio di affrontare un ritratto come si dovrebbe. Celiamo la nostra timidezza, o incapacità di gestire il soggetto, o mancanza di sensibilità verso lo stesso dietro all’alibi della ricerca della spontaneità, e così ci affidiamo al furto. Ma questa “tecnica”, ha dei grandi limiti… si di punto di vista, sia di narrazione. Non possiamo metterci dove vogliamo, perché dobbiamo rimanere non notati, spesso usiamo lunghezze focali lunghe, limitando così le nostre possibilità di racconto, e peggio non possiamo eventualmente chiedere una liberatoria, se poi lo scatto meritasse di essere venduto. Ma credo che la cosa più grave sia un aspetto fondamentale per il ritratto: l’interazione con il soggetto, e quindi la possibilità di raccontarlo, o di raccontarne una sfaccettatura intuita o appresa, che non sia necessariamente e miseramente solo il suo aspetto esteriore.

Gampy e “V”

Quanto più bello e gratificante sarebbe essere noi stessi a generare quel sorriso spontaneo di cui parla la frase sopra? Quanto meglio sarebbe, se attraverso la conoscenza del soggetto, e la sua di noi, il nostro ritratto invece di essere solo una superficie estetica-estatica (è di questi giorni un contributo di Smargiassi e della sua Fotocrazia in cui si parla di emozioni e la fotografia “moderna”, che tratta in parte anche questo tema) fosse anche la storia di un incontro, e, quindi, il frutto di una duplice e reciproca ricerca?

Se per fare un ritratto spontaneo servisse sempre nascondersi, saremmo messi molto male, non credete?

Ritratto eseguito per l’inaugurazione dei Restauri della Sala degli Uomini Illustri _ Caffè Florian di Venezia