Quando usare le didascalie in fotografia? Le foto vanno spiegate?

L’Avvocato del Diavolo, stimolato da sempre dalle didascalie in fotografia e dai testi che accompagnano le foto sui Social, cerca di proporne una lettura e di dare qualche consiglio su cosa “non” fare, di come usarle, ma soprattutto di come non abusarne,

La questione didascalie nella comunità dei fotografi ha sempre generato discussioni, a volte anche accese. In parte connessa ad un’altra questione, ovvero quella se le fotografie vadano spiegate o meno, rimane un tema a cui sono affezionato e che mi stimola spesso molte riflessioni; e che il più delle volte tengo per me.

Ho letto da qualche parte questo aforisma: “Good photos are like good jokes. If you have to explain it, it just isn’t that good.” Ansel Adams diceva che “A true photograph need not be explained, nor can it be contained in words.

Difficile prendere posizione in questo dibattito. Lo spiega bene Michele Smargiassi in un suo articolo su Fotocrazia. Ma in questi giorni vagando nell’inquieto mare di Facebook, dove le risse sono più comuni quasi degli scambi di opinione utili e arricchenti, mi sono imbattuto in una serie di episodi, che in qualche maniera hanno risvegliato in me il desiderio di provare a dare la mia visione su questo argomento.

A dire il vero, Facebook, e ancora di più Instagram stanno molto cambiando la percezione di tutti sul tema. E anche io mi trovo a vagare tra una posizione a favore ed una invece irritata da certe pratiche. Ma veniamo al dunque.

Succede sempre più frequente, e i Social in particolare (anche se sono abbastanza sicuro che nei circoli fotografici quando ancora c’era la pellicola succedesse già qualcosa di simile) ci forzano a farlo, che ci sentiamo obbligati ad accompagnare una foto che postiamo sulla nostra bacheca con un testo. E questo diventa veicolo di significati svariati.
E nell’oceano, o forse meglio dire abisso, di povertà culturale (in senso lato) che sono appunto i Social la didascalia diventa spesso quell’aggiunta, quell’aiutino, quel pezzo di racconto (talvolta vuoto o naif come l’immagine che va a corredare) che “vende” (o dovrebbe farlo, secondo le intenzioni dell’autore) la foto.

Non immaginate quante volte esperti di Instagram mi hanno detto: “Se vuoi crescere il numero di interazioni, e quindi di follower, devi accompagnare le foto con testi accattivanti…”

Sara Munari è dell’opinione che le foto vadano spiegate.
Serve però capire i contesti in cui lavoriamo. Se pensiamo alla fotografia in senso stretto, legata ad un progetto personale narrativo e fotogiornalistico, convengo con Sara. Aggiungo, se dobbiamo insegnare a leggere le foto, esse vanno assolutamente spiegate. In ambito formativo/didattico non possiamo esimerci come insegnanti dal fare “l’autopsia” di uno scatto e di un progetto, affinché chi vuole imparare abbia strumenti e metodo per approcciarsi ad essi. D’altra parte, se non ci avessero spiegato “I Promessi Sposi”, o la “Divina Commedia”, non avremmo capito quanto meravigliosa è la lingua italiana e quante cose memorabili si possono scrivere con essa, in diversi modi, con diversi registri e stili. Per imparare a scrivere, serve leggere molto… e leggere con senso critico, in maniera analitica e consapevolezza.

Ma una foto commerciale va spiegata, per esempio? Uno scatto pubblicitario? Se la spiegassi, o se necessitasse di spiegazione forse non avrei adempiuto correttamente il mio lavoro, ovvero la richiesta di comunicare con l’immagine.

Può questo principio essere traslato anche per le foto autoriali?

Smargiassi fa numerosi esempi di grandi autori, giornalisti e non, che hanno opinioni contrastanti, e ci lascia alla fine del suo articolo con il dubbio.

E forse il dubbio ci resterà… tuttavia, vorrei qui proporvi una riflessione.

Didascalie in fotografia

Fotografie, con didascalie, di depositi di ghiande e di Mary Longfellow che batte ghiande nella riserva di Tuolumne

Accompagnare una fotografia ha storicamente una sua funzione. Tuttavia, la base di partenza deve essere sempre e comunque un’immagine che comunica con efficacia ed impatto.

Se ad essa affianchiamo un testo di scarso valore, ma che pensiamo sia poeticamente allusivo, o addirittura pura poesia, e peggio magari lo scriviamo in inglese, non dico sgrammaticato, ma con stile banalmente piatto, perché l’inglese proprio non è la nostra lingua, beh allora non stiamo facendo un favore alla nostra foto. Certo… magari, però, funziona nei social… perché usiamo parole accattivanti, acchiappa like… Ma non è che stiamo ponendo il nostro testo alla stessa stregua delle foto con i gattini, con le donne in pose seducenti e seminude, o coi i tramontini, o con i fiorellini di campo… che magari tanto critichiamo perché, appunto, acchiappa like e banali.

Se, invece, ad essa affianchiamo un testo che le cambia significato o lo specifica e spiega, forse non dovremmo farci la domanda se esso è utile? O se, sentendone la necessità, la foto abbia qualcosa che manca? Qualche mese fa mi è capitato di vedere una foto di un bel mare blu, gabbiani, cielo sereno… e la didascalia, “mare invernale”… e mi sono domandato: Davvero quella foto rappresenta il mare d’inverno, e quindi la didascalia è il titolo della foto, oppure essa serve per dare informazioni che nell’immagine non ci sono? Se fosse stato scritto il mare in primavera, o estate che lettura ne avrei fatto? Avrei detto forse… Eh no, è chiaro che quello è un mare invernale? Sinceramente, e andando a memoria, penso che qualsiasi stagione sarebbe stata buona… ne consegue che forse la foto non fosse buona? Non è detto. Probabilmente la foto non rappresentava bene l’intenzione comunicativa del suo autore. Ma non è detto che non avesse un suo impatto visivo. La domanda che forse dovremmo porci è invece: vogliamo che le foto dicano quello che ci siamo posti di dire, oppure, va solamente bene che il loro impatto visivo sia buono, tanto poi ci mettiamo la didascalia per spiegare cosa volevamo dire?

Se invece, in fine, mettiamo un testo bello, scritto bene, poetico o magari una citazione dotta, o magari un nostro pensiero filosofico generale… siamo sicuri che stiamo facendo del bene al nostro scatto? Spesso, ancora una volta, questi testi indeboliscono la foto, perché risultano così forti che la foto poi perde “luce”… la trasformano in mera illustrazione. C’è un’eccezione? Beh, potrei essere impegnato in un progetto che è formato da pezzi narrativi costituiti da testo e foto, e ho la grande capacità di metterli assieme in modo che vivano assieme, si rafforzino e generino nuovi messaggi dalla loro unione… Possibile, forse complesso.

Di categoria a sé, fanno invece parte le foto con didascalie del tipo “no post”, oppure con i dati exif dello scatto. Di quest’ultimo peccato, ho macchiato la mia anima più volte in passato. Pensavo fosse utile… ma, a posteriori, ci si domanda giustamente a che serve sapere i dati di scatto, se non so che situazione di luce c’era? Se non so quanta post produzione c’è dietro lo scatto? Probabilmente quasi a nulla. E mettere “nopost”. Spesso sembra un vanto, o sembra che si diano i meriti del proprio scatto alla fotocamera, che senza ritocco di nessun genere ha prodotto una foto interessante. Credo, che come per la pellicola, anche la fotografia necessiti del suo sviluppo, e che la capacità di sviluppare un file digitale sia parte del lavoro e quindi delle competenze che un fotografo debba avere. Quindi, il sottolineare che questa parte in una nostra immagine manchi, mi fa strano. Oggi, per ragioni legate alla mia collaborazione con Fujifilm, tendo ad inserire sempre a margine l’attrezzatura che ho usato. Ma non lo farei se non ci fosse quel rapporto di lavoro.

Come la penso quindi sulle didascalie in fotografia?

Credo che sia importante avere una cultura della didascalia, che essa sia utile per il progetto a cui stiamo lavorando, o che sia semplicemente marketing. Cultura che dovrebbe portarci da una parte alla consapevolezza di ciò che stiamo facendo, e quindi al giusto equilibrio nella convivenza di testo e fotografia, dall’altra a riconoscere in ciò che vediamo in giro delle pratiche dannose e devianti (alle volte siamo influenzati nella lettura proprio dalla didascalia accattivante).

E poi… che le didascalie siano importanti è indubbio, lo dimostra anche il fatto che una “caption” (come la chiama lui) sbagliata costò a Giovanni Trolio il World Press Photo nel 2015.

Non trascuratele, non fatele competere con il vostro lavoro, e, come sempre consiglio anche per altre cose, informatevi, istruitevi, guardate i grandi cosa fanno, fatevi un’opinione e agite di conseguenza.