Che ruolo ha l’emozionalità nella produzione e nella lettura delle fotografie? Me lo domando continuamente, ecco alcune riflessioni.

“L’emozione come interprete universale non è un metodo sicuro, perché esclude il valore della conoscenza, esclude la consapevolezza e si basa sulla sensibilità personale.” (Leggere la Fotografia, Augusto Pieroni)

È da un po’ di tempo che mi trovo a riflettere e parallelamente anche a discutere, online e non, su un tema che mi è sempre stato caro, ovvero la relazione tra l’emozionalità e la fotografia. E le ultime discussioni di questi giorni mi hanno portato a volerne scrivere. Non è un tema a me nuovo, perché, come sanno gli studenti che hanno frequentato il mio corso Oltre le Regole sul linguaggio fotografico e la composizione, o chi è venuto alla presentazione dell’omonimo mio libro, sanno che questo è un argomento che tratto spesso. Oggi vorrei darvene un approfondimento più strutturato.

Augusto Pieroni - Leggere la Fotografia

Augusto Pieroni – Leggere la Fotografia

Prima, però, un po’ di captatio benevolentiae. Ovviamente, ciò che leggerete qui, oltre ad essere frutto di studio ed esperienza sul campo, è una mia riflessione personale. Non è un dogma, ma uno spunto per cercare di smuovere spiriti pigri e menti fin troppo ferme sulle proprie posizioni. Non mi aspetto di trovarvi tutti d’accordo con queste mie idee, ma cercherò di argomentarle il più possibile per dare supporto a ciò che inizialmente è stata un’intuizione, ma che poi ha trovato riscontro nel confronto con altri colleghi e nella lettura di ricerche, libri e articoli. Mi auguro, quindi, che troviate questo mio post interessante, ma allo stesso tempo disorientante… perché come amo dire, citando un amico e collega filologo, il mio mestiere di insegnante è quello di insinuare dubbi, non di dare certezze.

Emozione e fotografia è un bel connubio ed è inutile dire che sia imprescindibile all’attività del fotografo. Tuttavia, quale sia l’apporto che l’emozionalità (badate bene, non l’istinto) debba dare al momento dello scatto, e dall’altra parte quale sia quella che invece deve essere obiettivo dell’opera finale, sono da sempre motivo di dibattito e quindi, per me di interesse ed esplorazione.

Insegno da oramai quasi dieci anni, e devo dire che è sempre più difficile far trovare ai miei studenti, soprattutto quelli di livelli più avanzati, il giusto equilibrio tra pensiero ed emozione nei loro scatti. È idea molto controversa, e spesso passata come nozione quasi di tecnica fotografica che una fotografia “debba emozionare”. E, generalmente, quando sento, magari in aula, questa frase dei gelidi brividi di “terrore” percorrono la mia schiena, nonostante percepisca attorno il consenso della platea rispetto ad essa.

Marco Tortato - Oltre le Regole

Marco Tortato – Oltre le Regole

In effetti, l’emozione, anche per il poeta inglese William Wordsworth, autore con il suo Preface alle Lyrical Ballads di uno dei manifesti della poetica Romantica più belli mai scritto, è il punto di partenza della produzione. Ma pur essendone lo stimolo, non lo identifica come la strada per la poesia, anzi per lui la poesia nasce da qualcosa di molto più profondo, ovvero una riflessione fatta in tranquillità proprio su quell’emozione, perché solo comprendendola se ne può poi scrivere.

“I have said that Poetry is the spontaneous overflow of powerful feelings: it takes its origin from emotion recollected in tranquillity: the emotion is contemplated till by a species of reaction the tranquillity gradually disappears, and an emotion, kindred to that which was before the subject of contemplation, is gradually produced, and does itself actually exist in the mind. In this mood successful composition generally begins, and in a mood similar to this it is carried on; but the emotion, of whatever kind and in whatever degree, from various causes is qualified by various pleasures, so that in describing any passions whatsoever, which are voluntarily described, the mind will upon the whole be in a state of enjoyment.” [Ho detto che la Poesia è lo spontaneo traboccare di forti sentimenti: essa trae origine dall’emozione rivissuta in tranquillità̀. L’emozione viene contemplata finché, per una specie di reazione, la tranquillità̀ gradualmente si dissolve e si produce un’emozione simile a quella che prima era oggetto di contemplazione. A questo punto essa esiste di fatto nella mente. In questo modo inizia una buona composizione che viene poi sviluppata secondo principi analoghi. Di qualunque genere e di qualunque grado sia, l’emozione è qualificata da vari piaceri per varie cause, così che nel descrivere passioni di ogni genere, se tale descrizione è frutto del nostro volere, la mente sarà nel complesso in uno stato di gioia.] (William Wordsworth, Lyrical Ballads)

A commento di questo brano, rubo queste parole da un interessante articolo sull’International Journal of Humanities and Social Science: “During this process the influxes of feelings are modified and directed by thoughts. The direction of thought adds a depth of meaning and truth to poetry. For Wordsworth poetry is a method of interpreting the reality or the meaning of life.” [Durante questo processo, i flussi verso l’interno di sentimenti sono modoficati e diretti dal pensiero. Le indicazioni del pensiero aggiungono profondità di significato e verità alla poesia. Per Wrodsworth poesia è un metodo di interpretare la realtà o il significato della vita.] (International Journal of Humanities and Social Science Vol. 3 No. 3; February 2013 – “Emotions Recollected in Tranquility: Wordsworth’s Concept of Poetic Creation”, Faria Saeed Khan)

“Interpreting/interpretare” è parola chiave, perché la fotografia è interpretazione, con senso bivalente: interpretazione nel senso di rappresentazione della realtà filtrata dalla visione e lo sguardo dell’autore, e traduzione di un mondo a tre dimensioni in un mondo a due. E così il fotografo diventa interprete.

Ecco perché, secondo me, fotografia e poesia funzionano allo stesso modo.
L’emotività da sola inganna, non ci lascia ragionare, e senza ragionare e comprendere ciò che vogliamo dire, come facciamo a scattare? Come andremo a combinare le mille variabili dello scatto? Profondità di campo, punto di vista, lunghezza focale, tempi…? E’ come se volessimo cercare di scrivere qualcosa di interessante, senza aver focalizzato l’idea “interessante”… ma semplicemente “sentendo qualcosa”… e cosa realmente stiamo sentendo? Con quale intensità? E che tipo di sensazione è? Cosa l’ha generata? Termini come emozione e sensazione sono generici per una miriade di sfumature più o meno negative, più o meno positive, e più o meno intense. Così, dice bene Salgado in una sua recente intervista: “Secondo me una fotografia è riuscita quando riesce a riprodurre e a trasmettere le emozioni che ho provato mentre scattavo.”

Lyrical Ballads

Lyrical Ballads

Ovviamente, per poterle riprodurre/interpretare visivamente, bisogna conoscerle e comprenderle, e soprattutto poi conoscere il modo per renderle leggibili a chi guarderà il nostro lavoro.

Purtroppo, però noi “cacciatori di luce” non abbiamo il tempo di tornare a casa e riflettere in “tranquillity”, come amava fare il poeta inglese, per poi scattare la foto, anche se parte del processo (la post produzione) avviene dopo lo scatto. Per raccogliere il suo spunto, dobbiamo arricchirci ed esercitarci in maniera tale da riuscire ad imbrigliare e comprendere l’emozione nel momento in cui stiamo per rilasciare l’otturatore. E questo è un processo complesso, difficile, che richiede molta umiltà, e poca propensione alla frustrazione. Ma soprattutto richiede amore per la fotografia, amore per il desiderio di raccontare qualcosa, amore per un nostro processo di crescita personale e non per il narcisistico desiderio di mettersi in mostra.

Un pensiero, raccontare qualcosa, definire l’intenzione che quel fotogramma ha, sono tutti spauracchi per il fotografo pigro, per quello che anche senza rendersene conto si ferma alla superficie delle cose, all’apparenza e probabilmente alla banalità, o che invece di sentire sé stesso e di mettere nello scatto il proprio pensiero e la propria fatica intellettuale, applica meccanicamente ad un contenuto che lo ha “colpito” uno schema tecnico, estetico o formale. Uno dei segreti, quindi, per fare foto non banali è essere persone non banali, che hanno uno spessore, che mettono una riflessione su quello che fanno con la loro fotocamera, e non la usano semplicemente come strumento di autogratificazione. Per questi ultimi, la fotografia non sarà mai solo emozione, ma sarà qualcosa di più, oltre che interessante espressione profonda della loro visione del mondo.

Qualcuno di voi dirà: “Ma queste sono tutte affermazioni che vanno bene ai foto reporter, a quelli che lavorano a progetti, a quelli che fanno fotografia impegnata, io invece sono più artista, cerco più qualcosa di esteticamente bello nelle mie foto, perché l’arte è emozione, e il bello emoziona.”

Pollock e Fontana

(a) Jackson Pollock, Number 14: Gray (1948), (b) Lucio Fontana, Concetto Spaziale ‘ Attesa’ (1960)

Ecco appunto. L’obiettivo dell’arte non è emozionare. Lo scopo, quindi, di un’opera d’arte non è quello di farci emozionare, ma quello di farci ragionare, l’emozione è solo una conseguenza. Quindi arte non è uguale ad emozione. Se così fosse, come potremmo discernere un’opera d’arte da un lavoro che non lo è? Se così fosse, quello che non ci emoziona automaticamente non sarebbe arte? Quello che non capiremmo non sarebbe arte. E se qualcosa ci deve emozionare, sulla base di cosa ci deve emozionare? Per l’estetica, per il virtuosissimo tecnico? Per lo spessore intellettuale? Capisco che farsi emozionare dall’estetica è sicuramente più semplice, ma, ahimè, è metodo fin troppo soggettivo e opinabile, per rappresentare univocamente ciò che è arte da ciò che non lo è.

Ma tutto ciò è un po’ frutto di questa epoca, non facciamocene delle grandi colpe, piuttosto sforziamoci per migliorare. Infatti, come dicono due importanti esperti, Gary Small e Michael Merzenich, in un servizio di PresaDiretta (Rai) sull’analfabetismo funzionale, internet sta educando il nostro cervello a non andare in profondità delle cose. Saltiamo da un argomento ad un altro, da un link ad un altro, senza mai approfondire nulla. Stiamo diventando solo esseri reattivi, e stiamo disimparando ad effettuare pensieri logici, ad applicare pensiero razionale alle cose che vediamo. Sostanzialmente, interagiamo solo con l’emotività stimolata attraverso i sensi, ma non ci fermiamo mai a riflettere e a ponderare sulle questioni (direi che oramai quasi ci dà fastidio). Pare che uno studio abbia scoperto che la metà di noi non pensa più in maniera razionale, quindi statisticamente almeno metà dei lettori di questo articolo lo troveranno probabilmente noioso, troppo lungo e oltraggioso: nemmeno lontanamente vicino alla realtà… o alla loro realtà.

Volete fare foto migliori? Volete capire meglio l’arte e la fotografia? Andate in profondità, mettete da parte per un po’ l’emotività, imparate a gestirla e comprenderla. Curate la vostra consapevolezza, curate il vostro spirito, non fermatevi alla superficie, lasciate che la vostra mente crei associazioni, sviluppi relazioni, analizzi e studi, trovate il tempo per arricchirvi, e nutrire, anche di emozioni, il vostro pensiero e la vostra razionalità. Come farlo? Leggete, fate un viaggio, fatevi una passeggiata senza cellulare, andate ad una mostra, guardate un film, gustatevi un buon album o un concerto… ma fatelo dedicandovi il giusto tempo, il giusto “silenzio”, la giusta attenzione mentale. Non smettete mai di rifiutare di fermarvi alla “prima impressione/sensazione”… imparate a comprenderla e a connettervi.

My heart leaps up when I behold
A rainbow in the sky:
So was it when my life began;
So is it now I am a man;
So be it when I shall grow old,
Or let me die!
The Child is father of the Man;
And I could wish my days to be
Bound each to each by natural piety.
(William Wordsworth)