Seguo con passione alcuni blog di pensatori/fotografi italiani. Tra le loro parole trovo sempre riflessioni interessanti, utili, e soprattutto stimolanti. Vi segnalo quelli che più spesso consulto: Nella Splendida Cornice (Barbara Silbe), Il Blog di Settimio Benedusi, Fotocrazia (Michele Smargiassi) e Mu.Sa (Sara Munari). Non sono i classici blog tecnici, o pseudo tecnici, che sperano di darvi la ricetta magica (magari scopiazzando da altri blog italiani, o stranieri) per fare foto strabilianti, ma sono luoghi in cui mettersi in discussione, in cui raccogliere spunti, luoghi in cui anche incazzarsi, sconvolgersi e ribellarsi… ma svolgono perfettamente il loro scopo, mettono in moto i nostri neuroni e ci aiutano sempre con grande professionalità ad uscire dai confini della solita fotografia.

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Capita che in questi giorni si parli molto di una fotografia, che sta facendo un po’ il giro di Facebook, grazie a Sara Munari che ne ha parlato nel suo blog stimolata da un recente post di Riccardo Cazzaniga. Si tratta della foto della premiazione dei 200 m maschili alle Olimpiadi del 1968 in Messico, quando Tommie Smith e John Carlos atleti afroamericani “alzarono il pugno chiuso guantato in nero in segno di protesta contro il razzismo e in risalto delle lotte di potere nero, mentre Peter Norman, australiano, sfoggiò una spilla in favore dei diritti umani. Essi ascoltarono l’inno nazionale americano con il capo chinato come per vergogna, tenendo gli occhi fissi sulle loro medaglie come in segno di protesta.” (Riccardo Cazzaniga)

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Il punto è che nella fotografia si nota molto evidente il gesto dei due americani, così evidente che completamente adombra la meno vigorosa protesta dell’australiano, tanto che chi non conosce l’intera vicenda può pensare che quest’ultimo non fosse solidale con i suoi due colleghi di podio.

Quello che mi ha colpito è come molti, direi quasi tutti nei vari interventi, si siano stupiti, o addirittura presi la colpa di non aver notato nella foto l’atleta bianco. Alcuni commenti addirittura, invocando la fotografia come linguaggio, accusavano una mancanza di capacità di lettura da parte di chi aveva guardato la foto stessa senza prestare attenzione appunto a Norman.

Tutto ciò ha suscitato una serie di domande e questioni:
1) E’ sempre responsabilità del “lettore” vedere nelle foto quello che il fotografo ha visto, o c’è una responsabilità anche da parte del fotografo nello “scrivere” la propria storia? Se la fotografia è, appunto, un linguaggio oltre che ad imparare a leggere non si dovrebbe anche imparare a scrivere? Quindi è giusto o sbagliato in quella foto non “notare” il silente e remissivo protestare dell’australiano?
2) Detto questo, dato per scontato che il fotografo sapesse il fatto suo, se la foto non ci fa notare il terzo atleta non è che l’autore stesso non ha voluto farcelo notare? E se così è, il fotografo aveva capito che i tre erano solidali nella protesta, oppure no? Insomma, quale è l’intenzione di quella foto? Non è che ora che sappiamo la storia notiamo quel dettaglio, ma che di fatto quel dettaglio fotograficamente per chi ha scattato l’immagine non fosse così importante?

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Come molti dei miei lettori e studenti sanno, questi sono temi a me molto cari, e su cui amo riflettere. E oggi, qui, senza pretesa di dare una “lezione”, o di promulgare verità assolute, vorrei esprimere il mio parere.

Poco ho trovato sull’autore della foto, anzi, direi nulla… (se qualcuno ha informazioni in merito, bene accette). Ho trovato numerose altre foto che ritraggono la stessa scena, ma quella che trovate in cima è sicuramente la più celebre, poiché usata anche come copertina della autobiografia di Tommie Smith. Quello che accomuna tutte le foto è proprio questa chiara dicotomia di gestualità tra i due velocisti di colore e quello bianco. Sarebbe stato davvero difficile rompere a livello iconografico questa netta divisione… forse addirittura impossibile. Certo se Norton avesse alzato il braccio, o si fosse tolto le scarpe… ma così?

Fotografia è finzione, ma fotografia è anche realtà, la foto ritrae la chiara volontà dell’australiano a non allinearsi agli altri due nella modalità della protesta. Se lo notiamo è perché lui così ha voluto e il fotografo ha ripreso la scena così com’era. Il linguaggio delle immagini è chiaro e ci inganna allo stesso tempo, semplicemente perché non leggiamo nella mente di chi è ritratto, ma lo giudichiamo per quello che “appare” nella foto… e nella foto appare un evidente contrasto. Può la piccola coccarda appuntata al petto essere così forte da rompere questo contrasto? purtroppo no… e ci dobbiamo arrendere all’evidenza. Le fotografie raccontano ciò che è nell’inquadratura, così come composto e così come il fotografo ci fa leggere quello che ha visto. Succede che poi si scopre la storia vera della vicenda (che forse al momento dello scatto il fotografo ignorava) e la foto assume tutt’altro significato… ma probabilmente non rispecchia l’intento di chi l’ha eseguita, non rispecchia la storia che osserviamo nello scatto, rappresenta invece un documento che probabilmente se la storia fosse stata nota, sarebbe stato scritto in maniera diversa. Non credo siamo noi a sbagliare a leggere la foto, quindi, poiché non ci sono dati elementi iconografici per farlo, anzi essa ci porta verso una realtà che è distante dalla vera realtà.

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Credo che sia proprio questo il bello e il brutto della fotografia.
Il bello? Le fotografie ci fanno ricordare, emozionare e discutere. Le fotografie superano il tempo in cui sono state scattate… travalicano la memoria umana spesso inaffidabile, e si arricchiscono di tutto ciò che il tempo può aggiungere alla loro storia. Le fotografie, però, sono permeate dallo spirito di chi le ha scattate e frutto di quel preciso momento e di ciò che egli/ella hanno visto. Queste due anime si mescolano, spesso si fondono, alle volte invece rimangono separate come liquidi che tra loro non sono compatibili… si sfidano, e rendono questo disciplina estremamente intrigante. A tutto ciò si aggiunge l’altra faccia della medaglia, ovvero quello che chi le osserva ci aggiunge con il suo vissuto e la sua esperienza ed emotività.
Il “brutto“? Le foto ci ingannano. Spesso non raccontano la verità, ma noi tendiamo a dare loro questa responsabilità, per lo stretto legame che esse hanno con la realtà. Sono una realtà soggettiva, ma a cui molti spesso danno valore oggettivo. E questo porta sempre ad una difficile relazione tra osservatore e fotografo, anzi direi quasi ad un distacco tra di loro. Penso che dovremmo il più delle volte assecondare la finzione creata in una fotografia, goderla così com’è, prima di volerci leggere quello che “vogliamo noi”. Non perché non debba farsi, ma perché era la volontà dell’autore comunicarci quella specifica storia, e perché sperava che essa toccasse nel profondo anche noi. Glielo dobbiamo, anche se è faticoso e richiede competenza.

Si può mentire con le fotografie. Si può persino dire la verità, per quanto ciò sia estremamente difficile. Il luogo comune vuole che la fotografia sia specchio del mondo ed io credo occorra rovesciarlo: il mondo è lo specchio del fotografo.
(Ferdinando Scianna)