Quando un’immagine è così luminosa, che abbaglia anche chi dovrebbe non lasciarsi abbagliare.

Apprendo oggi della scomparsa, direi prematura, dell’imprenditore Lino Manfrotto. Per chi ama la fotografia, il suo nome non è solo simbolo di una grande azienda, ma anche di una genialità eccezionale. Fotografo e poi imprenditore, egli, assieme a Gilberto Battocchio, fonda un marchio che nei decenni a seguire sarà sinonimo di treppiedi in tutto il mondo.
Ho avuto l’onore e la fortuna di avere lavorato per Manfrotto per abbastanza tempo da permettermi di conoscere Lino: persona dall’intelligenza acuta, e dal sorriso sempre sincero. A questo duplice incontro (azienda e persona) devo tutto quello che sono oggi, perché la sua amicizia con il mio maestro Harry De Zitter è quella che mi ha portato ad avvicinarmi alla fotografia. Sarò sempre grato al brand, ai colleghi, ai capi e soprattutto al suo fondatore, motivo per cui Harry si presentò in ufficio più di 10 anni fa, e da lì la mia vita cambiò.

Ma non è la mia storia che oggi voglio raccontare.

Voglio invece raccontare come, in questa triste occasione, una foto di grande valore possa portare la redazione di una testata ad un errore grossolano; come questo sia sintomo, da una parte, di scarsa attenzione e forse preparazione da parte dei media, e come dall’altra parte la forza di un’immagine possa abbagliare a tal punto da far passare in secondo piano la verifica sull’identità del soggetto ritratto, e la sua pertinenza rispetto ai contenuti del testo.

Una testata locale propone la notizia su internet oggi. Ma la foto che mette, con didascalia “Lino Manfrotto” è la fotografia di una vecchia campagna Gitzo, con ritratto Harry De Zitter cha bacia il primo modello di Traveler. Ora, se su Google si ricerca “Lino Manfrotto”, una delle prime foto che compaiono è proprio questa.

Schermata 2017-02-06 alle 12.08.18 PM

La foto compare in un articolo sul sito di Photokina che racconta una visita del 2007 agli stabilimenti Manfrotto da parte di alcuni giornalisti. Non è strano che al giornalista cada l’occhio su questa foto, perché il suo impatto è forte, intenso, e sicuramente di grande empatia. E’ strano, piuttosto, che invece non sia stata fatta una verifica sull’identità della persona ritratta. Questo mi ha fatto riflettere, perché oggi giorno la discussione sulla buona fotografia è sempre viva, per non dire accesa e alle volte anche “violenta”.

La scelta di una foto come quella è sicuramente dettata dalla sue caratteristiche. Senza dubbio, la redazione ha reputato la fotografia molto “social” (per dirla in maniera contemporanea), utile ad una veloce diffusione dell’articolo, ed ci ha sicuramente azzeccato. L’atto di baciare un treppiedi (tecnicamente non del brand Manfrotto, ma di un brand comunque dell’azienda Manfrotto) è sicuramente potente. Non solo, ma la foto è scattata con grande impatto, ci sentiamo parte dell’azione, dentro, coinvolti, quasi innamorati… se la persona ritratta fosse stata appunto il commemorato Lino, sarebbe stata perfetta.

Ma…

1) la persona ritratta non è Lino Manfrotto, così come testimonia erroneamente la didascalia.
2) la foto è parte di una campagna pubblicitaria, il medium ha diritto di utilizzarla? Ha chiesto permesso? Ha verificato con l’autore e il detentore dei diritti? Non ci è dato a sapere, ma se così fosse, forse avrebbero saputo che la foto non ritraeva la persona di cui l’articolo parlava.

Quindi: perché esporsi in questa maniera? La prima risposta che mi viene in mente è, forse per la fretta di essere i primi, di non aspettare un comunicato ufficiale, una foto ufficiale. Forse anche perché, con maldestra consapevolezza, si sapeva che quella foto avrebbe “spaccato”… di fatto il primo pezzo a girare sui social è proprio quello di questa testata. Poi ne sono seguiti altri di altre, con foto decisamente diverse e di sicuro meno impatto. Di fatto, sia la notizia che la foto hanno fatto la loro perché pare che l’articolo sia il più letto di oggi, e già alle 12:30 contava 1.330 condivisioni (contro le 5 e le 109 dei suoi concorrenti).

1300

Quindi, con “inconsapevolezza”, l’uso improprio di questa potente immagine ha portato un qualche beneficio alla testata.

Cosa possiamo ricavare da questa storia, senza voler poi speculare sul presunto o accertato dolo dell’uso di quella specifica immagine?

1) che una foto di grande impatto visivo, emotivo, e scattata per avere quel tipo di impatto (era una foto pubblicitaria, scattata come autoscatto da un fotografo pubblicitario) ha un immenso valore competitivo sui concorrenti, oserei dire anche in ambito editoriale. E questa è un’importante leva per tutti i professionisti, e non, che lavorano con onestà, con competenza per portare valore al proprio prodotto, facendoselo pagare il giusto. (pensate a quelle 1330 condivisioni, quanti click hanno portato alla testata rispetto alle altre).
2) che il mondo dell’uso della fotografia editoriale e non, necessita di regole, competenze e professionalità, perché, a mio avviso, quanto accaduto oggi è grave se è stata una “svista”, più grave se è stata una maldestra scelta consapevole. Foto chiaramente cercata su google, utilizzata da un’altra testata senza verificarne, fonti, diritti e coerenza con la notizia.

Gazzettinogiornale

Mi sento di dire però che: La fotografia ha ancora valore, c’è chi lo sa bene, ma non sempre è disposto a pagarne la contropartita professionale. In altri casi, invece, si usano immagini di scarsa qualità che non portano nessun beneficio, se non (come letto in un articolo tempo fa) a riempire uno spazio vuoto a gratis, e non si capisce che ci si sta auto-infliggendo una condanna alla sempre più nera crisi.

In questo mondo di indigestione visiva, solo le cose buone, prodotto di eccellenza, ci possono fare emergere dalla massa… peccato che alle volte serva pagarle per quello che valgono e avere le competenze per sapere che valgono…

Chiudo con un’ultima nota: il mio cuore è rattristato dalla scomparsa del caro Lino Manfrotto, e mi unisco a tutti i suoi amici e famigliari nel dolore, e nel corale ringraziamento per quello che ha fatto per la fotografia e per tutti noi fotografi.