Regole o non Regole Questo è il Problema…

Il mio percorso nella fotografia cambiò radicalmente quando incontrai chi mi fece vedere la fotografia come linguaggio e come comunicazione, e non come esercizio scolastico di applicazione di concetti imparati, o di emulazione delle foto che mi piacevano.

Quel giorno, fu come se mi si aprì una porta verso un mondo nuovo e affascinante in cui ancora oggi ho percorso forse solo il primo passo.

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Il balzo fu significativo a livello di pensiero, più difficile e meno sensibile poi a livello di applicazione… perché il percorso è davvero lungo. E’ come scoprire che suonando uno strumento non si fanno solo gli esercizi, le scale o si strimpellano (il più delle volte il maniera indegna) le canzoni che più amiamo, ma si possono iniziare a scrivere le prime frasi musicali, i primi giri interessanti… e magari sognare di scrivere un brano intero e poi un album tutto nostro… e in quello vedere l’espressione di noi stessi. Ecco la fotografia stava diventando non solo un modo di mostrare le cose che del mondo mi toccavano… ma un modo di raccontare quello che io sentivo nel vederle.

Concettualmente semplice da comprendere, ma da mettere in pratica molto complesso. In questi anni di insegnamento, ho sempre cercato di passare ai miei studenti questo come messaggio più importante sulla fotografia, perché lo ritengo la base per ogni sviluppo personale e professionale nella disciplina. La fotografia non è un insieme di regole, usando le quali il risultato è garantito… la fotografia è un linguaggio, un codice, un mezzo per comunicare, e se non si conosce bene questo linguaggio e come esso viene letto, risulta profondamente difficile far arrivare il nostro messaggio a chi guarda le nostre foto. E tutto questo è intimamente legato alla nostra fisiologia e alla nostra psicologia, perché non vediamo solo con gli occhi, ma con tutto un sistema che arriva fino al nostro cervello e alla chimica che la visione scatena dentro di noi.

Quello che noto, purtroppo, da docente è che invece l’insegnamento della fotografia, forse oggi più che mai, è fatto su basi semplicistiche, anche ai livelli più avanzati. Si propongono, appunto, “regole”… formule magiche, ricette segrete per la fotografia buona (ahimè, bella è un termine bandito in fotografia… perché troppo legato all’estetica e al soggettivo, chissà perché in poesia o in musica non c’è tutto questo timore di giudizio estetico…? E’ una domanda retorica, ma ne scriverò forse un giorno) che portano a formare “creatori di immagini” che pensano che la regola dei terzi garantirà massima “visibilità” ed “importanza” al loro soggetto… (giusto per citarne una). Sarebbe davvero svilente se così fosse. E per fortuna la fotografia è molto di più di questo.

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Tutto ciò nasce da una recente esperienza. Ho deciso di aprire il gruppo Facebook dei miei corsisti alla pubblicazione di loro foto da commentare, lasciando spazio anche al confronto tra utenti, con la volontà poi di guidarli verso una autoanalisi “ragionata” sugli scatti proposti, non con dei giudizio “top down”, categorici ed imposti, ma piuttosto con un percorso guidato attraverso le scelte che loro hanno compiuto durante il processo fotografico.

Molto spesso i commenti in questo contesto sono basati appunto sulle “regole” o su stereotipi appresi vuoi dalla rete, vuoi da corsi di vario tipo. E così, la diagonale, i terzi o cose simili diventano per chi fa foto il Sacro Graal da ricercare quasi morbosamente nelle inquadrature per dare vita eterna ai propri scatti.
Perché… se ci sono regole vanno applicate! Giustamente…
Nessuno dice loro, invece, che sono solo alcuni degli elementi di una grammatica visuale, che di fatto è molto più vasta e complessa, e che è quella che dovrebbero pretendere che venisse loro insegnata… non tanto “le regole”. La cosa che trovo più buffa è, che poi viene anche detto che queste alle volte debbano essere infrante… anzi, con frase quasi dalle sonorità epiche: “Conosci le regole così le puoi trasgredire!” (che diventa di conseguenza il massimo della libidine autocelebrativa di un fotografo… “Ho trasgredito alla regola, wow!”)

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In questi giorni mi sono domandato: “Ma che senso ha?”
Ci siamo mai domandati cosa succede a mettere o a non mettere il soggetto sul terzo? e se non lo metteste al terzo dove lo mettereste? Alcuni, in questi casi, invocano questioni di equilibrio come se questo fosse il fine della fotografia, quando invece esso dovrebbe essere solo supporto visivo al messaggio principale. E poi equilibrio di cosa? Rispetto a cosa? Mica ogni fotografia deve comunicare equilibrio, non solo, ma mica esiste solo la regola dei terzi per dare equilibrio ad una foto.

E quindi? (I miei studenti conoscono fin troppo bene questa domanda… che compare almeno 100 volte per ogni corso)

E quindi non si deve confondere la forma con l’estetica (intesa come ricerca del bello). La forma in fotografia deve essere una continua ricerca, che dovrebbe andare di pari passo con la ricerca del contenuto, della storia e del messaggio. E per questo quello che dico sempre ai miei corsi è che per fare fotografia servono due cose importanti:
1) Capire bene ciò che si vuole raccontare. Senza questo punto non esiste fotografia consapevole, esiste l’esercizio accademico, e la foto scattata a caso. Entrambi forse ottimi per imparare, ma non sono “fare fotografia”. Se ci pensate, nessuno di voi manda sms, email, scrive a qualcuno mettendo parole a caso, sperando che chi legge indovini ciò che volevate dire, o peggio, ci legga quello che vuole.
2) Conoscere sempre più approfonditamente il linguaggio delle immagini e della fotografia. Una volta che è chiaro cosa si voglia raccontare, serve sapere come comunicarlo adeguatamente, serve apprendere la grammatica, la sintassi, il vocabolario di questo linguaggio meraviglioso ed estremamente efficace. E questo non sono “le regole”, ma piuttosto la sempre più profonda conoscenza di come noi “umani” leggiamo le immagini. Inutile svilire una bella storia con una brutta forma.

Di sicuro se leggessimo,

Verso i 35 anni mi sono perso in un bosco con poca luce.

non penseremmo di essere all’inizio di una della più affascinanti avventure letterarie di tutti i tempi, ma se invece ci troviamo di fronte a:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

capisco subito che lo spessore di chi scrive è immenso. Il ritmo, le rime, le figure retoriche, la ricerca lessicale, l’allegoria già emergono da questi primi tre versi, e ci viene voglia irresistibile di continuare la lettura. Non è solo estetica, sono strutture diverse che contribuiscono all’efficacia del testo. Anche non avendo la cultura per capire tutto, la forza di queste parole colpisce comunque, perché è un linguaggio potente. Ecco, quello a cui dobbiamo puntare, e quello verso cui cerco di spingere i miei studenti è proprio questa consapevolezza: che la ricerca a livello espressivo e narrativo non sarà mai finita, che mai e poi mai dovranno accontentarsi degli esercizi, o delle regole. Le regole ci bloccano a ripetere sempre lo stessa cosa. Le regole non sono un aiuto a fare fotografia, ma sono una privazione della consapevolezza di quello che sto facendo, sono un brutto automatismo ripetitivo che non dà senso a ciò che facciamo. Nemmeno trasgredire le regole è la strada da seguire, perché non mi dice in che modo dovrei farlo e per ottenere che risultato. Solo la comprensione del linguaggio visivo/fotografico potrà dare in mano al narratore tutti gli strumenti, per poter raccontare con valore le sue storie fatte di immagini.

Griglia

Infine, mi permetto di suggerirvi di:
1) Mai, e dico mai, scrivere qualcosa senza averlo dentro, senza averlo “sentito”, senza avere qualcosa da dire… sarebbero parole alla rinfusa, senza significato… magari con una forma interessante (…forse). Questa è una ricerca ancora più difficile, dello studio del linguaggio, perché vi mette di fronte a voi stessi, alla comprensione di voi, e alla ricerca della vostra visione.
2) Diffidare da chi commenta le vostre foto senza voler sapere prima cosa volevate raccontare. Se vogliono aiutarvi, devono prima capire quello che avete visto e che avete dentro. Altrimenti stanno semplicemente facendo la foto dal loro punto di vista, ma voi volete capire come sviluppare il vostro.
3) Diffidare da chi vi insegna solo le regole. O da chi vi “vende” la fotografia fatta di regole.
4) Diffidare da chi vi dà i “segreti” o “10 consigli d’oro per fare fotografie…” etc… La fotografia è fatta di fatica, studio, esperienza, cultura, sensibilità d’animo e profondità di introspezione.
5) Leggere, leggere tanto libri di fotografia e non. Guardare i grandi maestri, riguardarli dopo anni, e iniziare ad approfondire la vostra comprensione del linguaggio fotografico e della percezione visiva, perché vi aiuterà non solo nella creazione delle vostre foto, ma anche nella lettura delle foto altrui.
6) Esercitarvi nei fondamentali sempre. Esposizione e messa a fuoco. Non scattate mai con in testa il pensiero, tanto poi la sistemo a casa. Non accontentatevi mai del livello raggiunto, più metabolizzate il processo e meno tempo perderete a settare la fotocamera e più tempo avrete per pensare a tutto il resto, che è di gran lunga più importante.