Davvero fra qualche secolo sarà tutto nell’oblio? Io non ci credo e voi?

La questione, ha spiegato Cerf nel corso del meeting annuale della American Association for the Advancement of Science, è presto detta: via via che i sistemi operativi e i software vengono aggiornati, i documenti e le immagini salvate con le vecchie tecnologie diventano sempre più inaccessibili. Nei secoli che verranno, gli storici che si troveranno a guardare indietro alla nostra era potrebbero trovarsi davanti a un “deserto digitale” paragonabile al Medioevo, un’epoca di cui sappiamo relativamente poco a causa della scarsità di documenti scritti. (huffingtonpost.it)

VInt Cerf

VInt Cerf

Non so perché, e non so se a voi fa lo stesso effetto, ma questo estratto di un articolo un po’ più lungo dell’HuffingtonPost.it mi ha fatto… drizzare le antenne. Già il titolo aveva un chiaro marcatore verbale da pezzo attira-click, la parola “allarme”: “Google, Vint Cerf lancia l’allarme: ‘Dietro di noi un deserto digitale, un altro Medioevo. Se tenete a una foto, stampatela’”. Ma la conseguente lettura mi ha confermato la natura, se non altro controversa di questo articolo.

Ovvio che una foto stampata abbia tutta un’altra anima, rispetto ad una foto digitale. La sua fisicità influisce sia sulla predisposizione psicologica che abbiamo a guardarla, e quindi sul modo in cui andremo a farlo, sia sul tipo di lettura che faremo della stessa, se non altro banalmente dedicandoci generalmente più tempo; anche se non è sempre così.

Ovvio che una foto stampata sarà sempre più semplice da recuperare e guardare in un immediato futuro. Ma davvero, come dice Cerf, se non stampiamo rischiamo che tutto finisca nell’oblio? O meglio, ma davvero, come sempre dice l’alta sfera di Google, ciò che stamperemo sarà recuperabile nei secoli? Nell’articolo addirittura si parla di millenni… “Pensando a 1000, 3000 anni nel futuro, dobbiamo domandarci: come preserviamo tutti i bit di cui avremo bisogno per interpretare correttamente gli oggetti che abbiamo creato?” E così dicendo poi, porta ad esempio un libro scritto su Abramo Lincoln, in cui l’autrice premio Pulitzer, ha utilizzato la corrispondenza preservata del presidente Americano. Unico problema, non stiamo parlando di storia vecchia di millenni, e nemmeno di secoli.

Alcuni fatti: le foto fine art dovrebbero durare inalterate, se mantenute adeguatamente, circa 200 anni, se invece esposte in ambienti non adeguati rimangono intatte per circa 30-50 anni, a seconda del tipo di carta e inchiostro che vi sono stati usati. Foto non fine art, arrivano inalterate a qualche decina d’anni se mantenute adeguatemene, altrimenti già dopo 10 anni iniziano a deteriorarsi. Un manoscritto in pergamena può essere preservato per millenni, ma solo in luoghi adeguati, tutto ciò che non fu conservato in luoghi con umidità, luce e temperatura corretti, sono oramai persi. Lo stesso vale per il papiro e per la carta.

Ciò che permise la prima grande rivoluzione della diffusione, e quindi, in qualche modo, preservazione di informazioni, testi e documenti, fu di fatto l’invenzione della stampa (J. Gutemberg 1455) che accorciò tempi, costi e modi di duplicazione dei testi ed “immagini” in maniera esponenziale. La possibilità di avere più facilmente copie dello stesso documento, statisticamente ne garantisce la sopravvivenza.

Stampa

Tuttavia, se dobbiamo pensare a millenni di conservazione non controllata, ciò che non è finito nell’oblio che l’uomo ha prodotto, e non sempre completamente leggibile, è ciò che è scritto / scolpito su pietra. Tutto il resto, come per esempio i rotoli del Mar Morto hanno solo avuto la fortuna di essere rimasti in luoghi che li hanno preservati dal deterioramento dovuto alla temperatura, luce o umidità.

E qui sta il punto del mio commento rispetto a questo articolo, e a ciò che esso riporta di quanto ha detto Vint Cerf. La parola chiave è conservazione, più che memoria. Non esiste memoria, soprattutto di secoli, o addirittura millenni, se non esiste conservazione. Una stampa non sarà mai sufficiente se non conservata adeguatamente, così come un bit non “marcirà” (cito dall’articolo) se conservato adeguatamente.

Le basi. Ad un corso di Foto Giornalismo a cui partecipai ad Atlanta nel 2009 all’inizio della mia “vita” fotografica mi insegnarono l’importantissima regola del 3, che non è una regola di composizione, ma una di conservazione. 3 copie del proprio lavoro, 2 formati di archiviazione diversa (ottico, magnetico, cluod…), 1 copia lontana dalle altre due, possibilmente in un luogo diverso.
Naturalmente, questa buona pratica non risolve i problemi di conservazione per millenni. Di sicuro ci aiuta, però, ad essere più consapevoli di come preservare al meglio il nostro archivio. Spesso tendiamo a fidarci troppo della tecnologia, e in questo Cerf ha assolutamente ragione, però pensate alle possibilità che abbiamo con il digitale di fare copie in numero pressoché infinto dei nostri documenti e immagini, e la varietà di supporti con tecnologie diverse che abbiamo per conservale, anche tutte se volessimo. E più copie abbiamo, più è alta la possibilità che qualcuna di esse sopravviva al tempo, anche solo fortuitamente.

Inoltre, mi immagino che in un futuro oltre ad esserci storici, storici dell’arte, “fotografologi”, codicologi, paleografi e filologi che preserveranno e studieranno ciò che di scritto e stampato rimane di noi, così ci saranno i loro corrispettivi digitali, che faranno lo stesso sui bit non marciti e ben conservati (e anche in quelli mal ridotti), in qualsiasi supporto essi siano. Studiamo le lingue antiche per capire ciò che il passato ci ha lasciato, allo stesso modo studieremo il linguaggio dei bit dei DVD o degli Hard Disk per scoprire ciò che noi abbiamo lasciato alle generazioni a venire.

Non credo che ci sarà un nuovo Medioevo, ma se così fosse, chissà quali meravigliose nuove cattedrali gotiche produrrà, quale nuova Divina Commedia ci lascerà in eredità, quale Beowulf, quali nuovi Racconti di Canterbury, Decamerone, Canzoniere… insomma, piuttosto che lanciare allarmi, contribuiamo invece a creare un ambiente e una cultura adatti a produrre nuove grandi opere d’arte, digitali o meno che siano, ma soprattutto prodighiamoci a diffonderle e a preservarle.