“Non vengo bene in foto”, “non sono fotogenico/a”.

Quando arrivò nel mio studio Silvia Toffolon, a parlare per la prima volta del servizio fotografico per la sua nuova attività, e identità digitale, esordì dicendo: “Quando mi fotografano faccio sempre il broncio, perché non amo essere fotografata. Preparati, sarà un’impresa.” Ora Silvia è diventata una dei miei migliori testimonial. E sono felice di raccontare questa storia anche assieme a lei, perché dimostra proprio come il ritratto è un lavoro collaborativo, dove entrambe le parti danno, entrambe si mettono in gioco, entrambe rischiano, faticano, ma alla fine arrivano i risultati, e per di più divertendosi. Ed è proprio andata così.

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Avevo cercato di preparare Silvia a quello che sarebbe successo attraverso le conversazioni che precedevano lo shooting, ma sapevo che, alla fine, tutto si sarebbe giocato il giorno dello shooting. Infatti, come immaginavo, all’appuntamento fatidico capisco che ha una tensione addosso che avrebbe potuto compromettere il lavoro, e che devo trovare una soluzione subito per riportarla verso uno stato d’animo più consono a ciò che avremmo fatto, anche a costo di sacrificare dei minuti preziosi di ripresa. Nonostante ci fossero ancora cose da fare in studio, e che servisse tempo a lei per il trucco, con grande “nonchalance” le dico: “Silvia, serve che facciamo riunione per organizzare lavoro [che di fatto era già organizzato nda], andiamo al bar, così beviamo un caffè e ne parliamo”. Ed ecco la svolta… tutto il team riunito assieme, in questo momento di estemporaneo teambuilding e Silvia che finalmente si mette a suo agio.

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Il servizio fila liscio e anzi Silvia è così contenta che alla fine mi dice: “Non avrei mai pensato che sarebbe stato così facile: mi sono sentita a mio agio, mi sono divertita e man mano mi hai rassicurato facendomi vedere che le foto stavano riuscendo bene”.

Ma perché vi ho raccontato questa storia?
Quante volte abbiamo sentito le frasi “non vengo bene in foto”, “non sono fotogenico/a” da qualcuno che stava per diventare il soggetto di una nostra foto?

A me è capitato quasi sempre. Difficile che una persona che dovessi fotografare, e che non fosse una modella, si sentisse a suo agio all’inizio di una sessione fotografica. Nemmeno quando facevo matrimoni. C’è sempre da una parte il timore di come si sarà, dall’altra la non abitudine a vedersi in fotografia, e soprattutto il fatto che spesso non si ha mai avuto a che fare con un fotografo professionista.

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Una delle mie prime esperienze fotografiche importanti fu un servizio su Marco Tirelli, pittore Romano, che al tempo era il compagno di Lucrezia Lante Della Rovere. E proprio lui fu il primo celebre personaggio a dirmi la fatidica frase “Non mi piace farmi fotografare, e non vengo mai bene in foto”.

E’ una frase che ti stordisce, ti annienta se non sei preparato, e se non sai affrontarla rischi di compromettere il tuo lavoro. Ecco che allora chi si pone di fronte ad un ritratto deve avere ben chiaro in mente come superare questo momento di stallo. Il ritratto è un lavoro collaborativo, è un “Pas de deux” eseguito in stretta collaborazione tra chi scatta e chi viene ritratto. Può essere un gioco, ma non deve mai essere giocato in maniera solitaria: pena la non riuscita della fotografia.

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Con Tirelli non fu facile. Ma seguii uno dei più grandi consigli che mi furono mai dati in fotografia: mai iniziare una sessione di ritratto con la macchina fotografica in mano. E così lo feci parlare, lo osservai e osservai il suo lavoro, lasciai che da solo entrasse in uno stato sereno e rilassato, e quando luce, pensiero, espressione e momento furono giusti gli scattai la foto. La certezza che la foto gli piacque davvero l’ebbi qualche anno dopo quando quella stessa foto fu usata su Rai Due per parlare della relazione tra lui e la Lante Della Rovere.

Per concludere.
Per fare un ritratto serve sempre quella sensibilità, quella capacità di reazione, quel savoir faire e soprattutto quel sapersi dare che mette i due protagonisti sullo stesso piano, che trasforma il set in un luogo in cui il soggetto non è un bersaglio ma parte di una squadra che in sinergia sta producendo qualcosa di importante.

Grazie a Mariela, Francesca, Fabio e Anteo per video e foto di backstage.